ENDURANCE

Che il cavallo fosse importante per la salute umana, l’avevano già compreso gli Ittiti, 3000 anni prima di Cristo, quando nelle norme per la corretta educazione dei fanciulli, inserivano un periodo di conoscenza ed accudimento dei cavalli. Successivamente, i più grandi medici dell’antichità, Ippocrate ed Asclepiade consigliavano l’equitazione come rimedio per molti mali, tra cui la paralisi cerebrale. Da allora in poi il mondo medico ha sempre avuto attenzione per le valenze “terapeutiche” degli equidi, dal Rinascimento in poi il cavallo è stato considerato un presidio di utilità clinica in molte patologie.

La Riabilitazione Equestre nella forma più simile a quella praticata oggi, nasce in Inghilterra, dopo la II Guerra Mondiale, allo scopo di favorire riabilitazione psichica e neuromotoria dei reduci. Ma cos’è davvero oggi riabilitare con il cavallo? Non certo dare solo un momento di relax, svago e benessere a persone portatrici di varie patologie, che sicuramente ne sono gratificate ed appagate, ma non “curate”.

L’approccio clinico corretto è essenziale: proprio perché il cavallo può essere utilizzato nella riabilitazione neuromotoria, come in quella psichica, come intervento educativo e/o pre-sportivo, nelle devianza sociale e per i minori in difficoltà: un ventaglio di prospettive, di possibilità, di interventi.

Le attività che tradizionalmente caratterizzano la Riabilitazione Equestre sono l’Ippoterapia, il Volteggio Terapeutico, gli Attacchi, l’Equitazione pre-sportiva, tutte con le loro specifiche indicazioni e metodologie.

L’endurance, meglio il paraendurance,  è un ingresso recentissimo. Già sperimentato nei paesi esteri, da qualche anno anche in Italia ci si è avvicinati a questa disciplina.

 Peculiare caratteristica dell’endurance è l’attenzione per il cavallo, la conoscenza del “funzionamento” fisiologico e la capacità di valutare le sue prestazioni in modo da creare quella particolare sintonia che poi, a livelli agonistici, si trasforma in performance di successo. Di conseguenza, l’ipotesi di lavoro è che In tutta una serie di patologie di tipo psichico, dove è presente defettualità  cognitiva, i cavalieri possono avvalersi della particolare relazione che si instaura con il cavallo per migliorare la loro disabilità. La relazione con il cavallo è sempre il punto centrale della relazione terapeutica, dove il binomio formato dal cavallo e dal cavaliere si rapporta con una persona “terza” che è l’operatore della RE per far sì che quelle che possono sembrare abituali attività di maneggio, grooming, ecc abbiano invece un fine prettamente riabilitativo. Quindi quale situazione migliore per lavorare ad esempio sull’orientamento spazio-temporale, che poter disporre di un percorso all’aperto dove cercare ed individuare precisi punti di riferimento; quale situazione migliore per la coordinazione motoria ed il mantenimento di una corretta postura a cavallo (propedeutica ad una corretta postura a piedi) che percorrere un terreno con qualche asperità e non completamente piano e senza problemi come avviene abitualmente in maneggio; quale situazione migliore per un ottimale lavoro meta cognitivo (capire il funzionamento mentale del cavallo, funzionamento specie-specifico, da preda, ben diverso da quello umano, di tipo predatorio) che permette quindi l’instaurarsi di una relazione che man mano si trasferirà anche alle altre persone, che dover prestare attenzione all’andatura, all’affaticamento, a tutti i segnali che l’essere cavallo ci invia e che vanno percepiti, interpretati e gestiti nel modo migliore.

Questo solo per fermarsi alle evidenze più immediate; ma è chiaro che nell’approfondimento del lavoro di studio molte altre saranno le potenzialità che emergeranno.

Sicuramente ci sono patologie per cui l’indicazione riabilitativa tramite l’endurance è molto concreta: disturbi di tipo psicotico, ritardo mentale, disagio psichico, sindrome di Down; ma anche disabilità neuromotorie di tipo medio-lieve, disabilità sensoriali e tutte quelle patologie che anche se non hanno come risultato un handicap evidente ed importante si possono comunque giovare del percorso riabilitativo per lavorare sulla sicurezza di Sé, sull’autostima, sul rafforzamento dell’Io, sulla corretta gestione delle relazioni d’oggetto ed interpersonali.

Senza considerare che oltre alla valenza strettamente “clinica”, va sottolineato  anche l’aspetto di divertimento, gratificazione, ludico, di integrazione che fa sì che comunque la pratica di questa disciplina possa avere un positivo riverbero sulla qualità di vita del soggetto disabile e della sua famiglia.

Tutto un mondo , l’endurance,che si apre, tutto un mondo da conoscere e valutare, per questi nuovi cavalieri,ma che sicuramente  saprà offrire – se affrontato nel modo corretto e con i giusti strumenti di valutazione  -grandi soddisfazioni e risultati, sia dal punto di vista riabilitativo che (un domani, perché no?) da quello sportivo.