Dimessi dagli OPG: gli Interventi con animali come possibilità riabilitativa

Dimessi dagli OPG: gli Interventi con animali come possibilità riabilitativa

31 marzo 2015: una data importante per la psichiatria italiana. E’ la data in cui entra in vigore la legge 81/14 che 37 anni dopo la Legge 180/78 sancisce il “superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari”. In pratica questo vuol dire che i 700 internati ad oggi presenti nei 6 OPG italiani (Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto,Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere e Reggio Emilia),dovranno gradualmente essere riavviati a percorsi di riabilitazione psicosociali e restituiti alla vita “normale”.
Sicuramente un passo avanti importante verso il recupero della dignità umana che l’OPG, creato secondo i principi di una doppia “istituzionalizzazione”, carceraria e manicomiale, non favoriva.
I cosidetti “folli-rei”, cioè persone che per effetto di una patologia psichiatrica hanno commesso un reato sono da sempre colpiti nella nostra società, basata sulle categorie del”razionale” e della “sicurezza”,da uno stigma molto più forte di quello riservato ai “semplici” malati di mente. Talmente forte che il legislatore, pur sentendosi in dovere di porre termine allo scempio degli OPG, non ha però ritenuto necessario modificare la norma del Codice (che risale al 1930) per cui chi, al momento del fatto “ha capacita di intendere e di volere totalmente o parzialmente scemata” non è imputabile. Di fatto non viene riconosciuta a queste persone nemmeno la “dignità” di essere ritenuti “colpevoli” e di espiare la propria pena: è come se, dal punto di vista della giustizia, non esistessero. Non sono responsabili del reato perché incapaci di intendere e di volere, non sono imputabili, non sono condannabili: di fatto, non esistono.  E’ completamente negato quello che Basaglia riteneva il principio basilare per la reintegrazione sociale del malato di mente: il recupero della soggettività della persona.
Per quanto “non responsabili penalmente” e “non imputabili” pur tuttavia l’allarme sociale che un folle-reo crea non può essere ignorato. Ecco quindi il costrutto della “pericolosità sociale”. Queste persone, pur “negate” come autori di reato, sono però dei potenziali “pericoli” per la società, per cui non vanno in carcere, ( non sono in grado di usufruire dei benefici rieducativi della pena), ma vanno in OPG perché “socialmente pericolosi” e vi restano fin quando questa pericolosità non è cessata. Dal 1 aprile non andranno più negli OPG, ma nelle REMS (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), dove gli aspetti custiodialistici peculiari dell’OPG saranno aboliti (non vi sarà presenza di polizia penitenziaria), ma dove si dovrà pensare unicamente alla loro cura e riabilitazione.
Ecco quindi il problema centrale: come riabilitare? Come superare lo stigma della follia e della criminalità “corporeizzate” in un solo individuo? Come far sì che il territorio di provenienza (inteso come spazio fisico ma anche e soprattutto come spazio affettivo) possa riaprirsi verso queste persone, permettergli di trovare un accoglimento, una possibilità di ricominciare a vivere?
Troppo spesso l’equazione malattia mentale=violenza/aggressività è accettata in modo acritico, quasi la violenza fosse un corollario “inevitabile” legato alla patologia psichiatrica. Ma il legame non è né così scontato, né così dimostrato. Il delirio di riferimento, spesso alla base di tanti atti di violenza, non è “di per sé” sufficiente ad attivare l’azione criminale. E’ piuttosto il vissuto di tale sintomatologia, il vissuto legato ad uno stato di fragilità e precarietà continua, in cui si sente il proprio IO continuamente minacciato che scatena una rabbia, a volte incoercibile, che poi sfocia nella violenza.
La riabilitazione psicosociale di queste persone passa per percorsi complessi ed articolati, dove numerosi livelli affettivi, sociali, comunicativi vengono messi in gioco e dove la gestione e la capacità di “contenere” la rabbia potrebbe evitare ulteriori passaggi all’atto estremamente dolorosi.
Il lavoro riabilitativo con gli animali potrebbe essere una possibilità. Quasi tutti i reclusi finiscono per avere un piccolo animale di cui prendersi cura durante la detenzione: date le regole sono in genere uccellini, che, anche simbolicamente, in quanto anch’essi in gabbia, condividono la condizione di reclusione.  Però è facile ipotizzare che in percorsi riabilitativi dove la parte custodialistica sia assente, la presenza di animali, come cani, gatti ed anche in qualche caso, ove possibile, equidi, possa giocare un ruolo importante.
Prima di tutto a livello di intervento metacognitivo, fondamentale nella riabilitazione psicosociale di soggetti psicotici, e poi per tutto il discorso legato al recupero dell’identità e soggettività, del “prendersi cura” dell’altro e di se stesso, di non considerare più l’Alterità come un “nemico” da aggredire ma piuttosto un valore da recuperare e con cui confrontarsi.


Tags assigned to this article:
IAAOPG

Related Articles

TRISOME GAMES E CAMPIONATI MONDIALI DI CALCIO PER DISABILI MENTALI. LE NUOVE FRONTIERE DELLO SPORT

Sono di questi ultimi giorni due interessanti notizie, che coniugano il mondo dello sport e quello della disabilità psichica. Se

Il Seminario GIP sui Disturbi del Comportamento Alimentare valido come aggiornamento per i Tecnici FISE di Riabilitazione Equestre

E’ con grande piacere che il GIP informa i suoi soci ed amici che il Seminario su “Disturbi del Comportamento

Linee Guida per gli Interventi Assistiti con animali

Sono diventate 9 le regioni italiane che hanno già recepito le Linee Guida per gli IAA a seguito dell’approvazione in